Storia di ottobre 2017 che non avevo ancora condiviso qui:
Appena seduto mostrando il cartello "Raccontarmi di te" c'era la sensazione di paura che nessuno si avvicinasse a parlare.
Dopo un po' di tempo ho capito che cambiando la mia sensazione e la mia disponibilità verso gli altri cambiava anche la loro qualità di interazione.
Ogni persona che si è fermata ha condiviso una parte di sé, mi ha fatto riflettere sul blocco delle persone nell'esprimere alcune emozioni.
Il ridere spesso copriva la paura o la tristezza.
Ho imparato a cercare di disconfermare i miei giudizi e le mie opinioni.
Dopo quasi 40 minuti di attesa in ricerca di storie con conversazioni brevi e fugaci ad un certo punto vedo un gruppo di ragazzi passare. Non ho grandi speranze di ricevere storie da una comitiva, invece un ragazzo passa in mezzo al gruppo e con molto entusiasmo fa: "Mi interessa questo progetto dimmi di più!" Io sorrido e rispondo: "Funziona così, raccontami qualcosa di te io, io ti ascolterò, mi interessano soprattutto storie di emozioni forti, ad esempio qualcosa che ha fatto paura o un grande traguardo che ha portato alla gioia". Anche il resto del gruppo decide di fermarsi a osservare cosa sta succedendo. All'inizio nessuno riesce a trovare una storia, come se nulla fosse importante da condividere, c'è qualche battutina e scherzo per smorzare l'imbarazzo e l'attesa. Uno dei ragazzi timidamente dice:"Io una storia di paura la ho..." Inizia a raccontare e qualcosa fa click... Tutti i ragazzi si siedono formando un cerchio e creando un un'atmosfera magica di condivisione autentica. Era come se il tempo si fosse fermato e i passanti non esistessero più, alcuni si fermavano incuriositi ad ascoltare, altri decidevano di non fermarsi a causa delle lacrime suscitate dalle poche parole ascoltate. Le storie profonde condivise hanno mostrato la paura della morte, la tristezza per l'abbandono, la responsabilità per le persone vicine e il riscatto dell'insicurezza nella ricerca dell'amore. A volte sento lamentarsi delle nuove generazioni, per la bassa capacità di essere presenti, ad esempio a scuola o per essere dispersi nella tecnologia. Io credo che sia molto questione di possibilità e spazi creati. Questo gruppo di ragazzi si è conosciuto online, tra videogiochi, chat e cartoni giapponesi, eppure hanno colto con grande apertura, attenzione, ascolto e silenzio uno spazio di autentica condivisione. Spero che questo contribuisca a dare maggiore speranza e mostri come atti di coraggio in cui si esprime vulnerabilità generano una grandissima forza. #joydeed
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